domenica 17 marzo 2013

Ti scrivo perche' oggi ho aperto il mio blog e mi sono accorto che e' vuoto da quasi due anni. Ti scrivo perche' ieri sera mi hai detto grazie, e ti tenevi la mano sul petto, e i tuoi occhi hanno dato luce ai miei. E ti scrivo perche' altrimenti me lo dimentichero', e si perdera' ancora una volta tra quelle pagine che non ho mai scritto. Lo chiudo qui, nel buio di una scatola elettronica perche' qui almeno so che ci sara'.
Scrivo a te per parlare a me stesso. E' un post inutile questo, e' solo una scintilla che serve a ricordarmi come si fa, come si dovrebbe fare. E' un appunto dimenticato per finta sul tavolo di un bar, e che finisca nella spazzatura dei bicchieri vuoti o nella tasca di qualcuno importa poco.

Ti scrivo perche' mi rendo conto di avere molto da dire ma mi sento afono.

Ti scrivo, perche' io non ti conosco, ma so che tu sai leggere.  


mercoledì 24 agosto 2011

E alla fine mi piovi addosso, prevista ma sempre inattesa, come le tue, le nostre parole, sulle quali ci rigiriamo, ci aggrovigliamo sbattendo violentemente. Piovi ed allaghi le vertebre, ti insinui e svegli il corpo, che reagisce d'istinto, a pugni. Parole come pioggia di pietre, sculture raffinate e rozze composizioni, che si mischiano senza soluzione di continuità, ce le lanciamo addosso e fanno male in testa. Ti lascio cadere a terra, apro l'ombrello, ti respingo, ti raccolgo, completamente bagnato ti avvolgo. Continuo è il moto, l'inquietudine che ci impedisce di asciugarci e prosciugare, succhiare il midollo. Troppo orgogliosi, testardi, troppo scheggiati. Troppo. Parole di fuoco e sangue fragile, dietro le quali ci nascondiamo e ci azzuffiamo, quando a volte un silenzio basterebbe a riportarci in noi.

E tu diluvi irruenta, io sono il filo elettrico divelto da i morsi di cani rabbiosi, la fiamma divampa e divora gli alberi del bosco. Siamo due universi che per fondersi devono collidere ed esplodere. Un ossimoro, non un romanzo d'appendice.

Intanto ho milioni foto da editare, racconti che non scrivo, musica che non suona, e quella stessa maledetta sensazione di correre e rincorrere il tempo. In costante lotta contro la pigrizia e alla ricerca di perseveranza, sei il tarlo anarchico che mi fa creare bellezza e mi impedisce di cristallizzarla, perché tutto, tutto rotola troppo in fretta, e io ho il fiato corto, fumo troppo. Le dissonanze dispari dei nostri ritmi irregolari e incompatibili ricoprono echi di armonia, che risorgono violentemente portando la pace. Il respiro si fa più dolce, le parole si sciolgono e ritornano all'essenza. Ma non saremo mai ciò che non possiamo essere, se non in un'altra dimensione, ed è lì che si gioca tutto. Lì dove forse vorremmo vivere, lì dove non sappiamo come arrivare.    

domenica 20 marzo 2011

Bombe


Nel 1999 scrissi il testo di una canzone, "Bombe", che credo di tenere ancora conservato da qualche parte. Parole scritte a mano in un quarto d'ora, buttate giù di getto, una melodia affrettata, talmente accennata da avermi mai fatto pensato seriamente di utilizzarla o farla sentire a qualcuno. In quel periodo, la Nato iniziava a bombardare la Serbia di Milosevic, con il benestare del governo D'Alema, e venivamo inondati dalle immagini di questa guerra alle porte di casa, tra paure, proteste, manifestazioni, incertezze . Poco tempo prima, era finita, senza che io riuscissi ad accettarlo, la mia prima vera, o presunta tale, storia d'amore. Le parole di "Bombe" riunivano in un'unica immagine le scie di luce e morte che illuminavano a giorno Belgrado, ed il bombardamento emotivo a cui mi sentivo sottoposto, inerme ed incapace di reagire. Era come se, ovunque mi girassi, vedessi esplosioni.

Ero a Parigi, nel 2003, quando iniziavano i bombardamenti sull'Iraq e la seconda guerra del Golfo. Ricordo una notte senza televisione, in una residenza universitaria nella periferia parigina, tra passaparola di studenti increduli pronti a scendere in piazza contro una guerra ritenuta ingiusta per il prezzo che ne avrebbero pagato i civili. La Francia di Chirac che aveva deciso di non intervenire per calcoli puramente politici ed economici mascherati da ragioni umanitarie. Ci siamo scesi, in piazza, in tanti, perdendo la nostra battaglia. Ricordo l'annuncio della guerra, e la bomba che quella stessa notte lanciai su Roma, su una storia di qualche mese che doveva finire, perché c'erano due strade prendevano direzioni opposte, e non potevano più ricongiungersi. La sensazione di stare cambiando profondamente, mentre intorno a me il mondo, le dinamiche restavano identiche.

Ci svegliamo una mattina, nel 2011, e la guerra é di nuovo alle porte di casa. Stavolta non e' l'Afghanistan, o qualche paese più o meno lontano di cui possiamo permetterci di non ricordare neanche il nome. I fuochi di Bengasi brillano solo a qualche miglia di distanza dalla Fortress Europe. Con i popcorn in mano e tanta genuina ammirazione, abbiamo salutato  gli insorti del nord Africa, tifando per loro dalle nostre poltrone e invidiando la loro incredibile voglia di cambiamento e di ribellione ad un futuro che sembrava già scritto. Finita la festa, ora preghiamo che non vengano a romperci le palle con la solita scusa, pensa te, di voler scappare da morte e distruzione.

Io non so davvero cosa sia più giusto. So solo che chi solo ieri vendeva armi e baciava la mano a un rispettato capo di stato, oggi lancia bombe per affossare un pericoloso dittatore. Ed eccoci allora di nuovo utenti di un videogioco di guerra globale, col popcorn che stavolta rischia di andarci di traverso. Cambiano i nomi e i paesi, ma le logiche, nella loro illogicità, sembrano restare terribilmente le stesse. 

domenica 5 dicembre 2010

La notte dei due presidenti


Abito da poco più di una settimana al terzo piano di una palazzina residenziale, in un quartiere abbastanza tranquillo di Abidjan. Da qui ho una  vista piuttosto ampia, che copre tuttavia solo una piccolissima parte di questa città, estremamente estesa. Dalla mia finestra, in questi giorni, ho visto più di una volta grandi fumate nere levarsi nel cielo limpido. Pneumatici bruciati, probabilmente, barricate. Mentre sto scrivendo, in lontananza, si sentono ogni tanto spari, che squarciano il silenzio spettrale del coprifuoco notturno, in vigore ormai da giorni. Sono qui, immobile e impotente, in un paese in cui oggi, nel giro di due ore,  sono stati proclamati due presidenti, dove negli ultimi giorni é successo di tutto, e dove, soprattutto, nessuno sa bene cosa potrà succedere. Ci sono già stati scontri, con morti e feriti, in diverse parti del territorio, Abidjan compresa. La sensazione é che in giro si sappia veramente poco di quello che succede in realtà, e delle violenze che si stanno perpetrando. I canali e le radio straniere sono stati oscurati, resta internet e la radio dell’Onu che ancora trasmette, anche se é stata costretta a cambiare frequenze. La tv di stato, dopo un periodo di relativa imparzialità, é ormai totalmente schierata da una parte, in modo imbarazzante e pericoloso.

E’ la prima volta, nella mia vita, in cui mi trovo in un paese in crisi cosi’ profonda. Non mi piace dire che sia sull’orlo di una guerra civile, perché spero con tutto il cuore che non avvenga, in una terra che ha già sofferto cosi’ tanto. Ma, come scritto da qualche agenzia di stampa, gli ingredienti, purtroppo, ci sono tutti. Un paese spaccato in due. Un presidente uscente proclamato dal Consiglio Costituzionale grazie all’annullamento di centinaia di migliaia di voti per presunte irregolarità. Il suo sfidante, considerato vincitore dalla Commissione Elettorale Indipendente, dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale, che si proclama a sua volta eletto. Due personalità totalmente agli antipodi, che si odiano, a livello politico e personale. Dieci anni di instabilità, di crisi economica e sociale, di sangue, che queste elezioni avrebbero dovuto portare a termine e che invece rischiano di acuire. Quattro eserciti disposti nel paese: i governativi, che controllano il sud, le forze ribelli a nord, caschi blu dell’Onu e truppe francesi di supporto a fare interposizione tra i due. La storia recente della Costa d’Avorio é un tale casino che, anche dopo averne letto e riletto, ancora non riesco a ricordarmela. Quello che mi é abbastanza chiaro é che sono non più di cinque o sei i personaggi chiave. Gente che si é alleata e combattuta con la stessa facilità, pur di prendere il potere, e che non ha mai risolto, o meglio, non ha voluto risolvere, i problemi reali del popolo ivoriano. Qualcuno di questi ci ha già rimesso la pelle.

Nella nostra mente, quando pensiamo a situazioni di crisi o conflitto, ci immaginiamo edifici in fiamme, gente ammazzata per strada, sparatorie ovunque. La nostra percezione dei conflitti é molto mediatica, visiva, forse perché siamo cresciuti a film di guerra e logiche da breaking news. Non che tutto cio’ non esista, beninteso, ma é anche vero che la realtà dei fatti ha mille sfumature. Qui siamo in una situazione di potenziale conflitto, che per fortuna non degenera e resta relativamente localizzata. Se dovessi ad esempio descrivere lo scenario ad Abidjan dalla mia finestra, potrei dire che, tutto sommato, la situazione é tranquilla. Vivo in un complesso abitato da ivoriani di ceto medio alto, non da bianchi, chiuso tra una delle arterie principali della città e una viuzza di stamberghe e negozietti, dove la gente continua apparentemente a fare la vita sempre, anche se a ritmi più lenti. Per quanto mi riguarda, non posso dire ci sia un reale pericolo per la mia incolumità, a meno che non me lo vada a cercare. La contraddizione sta nel fatto che mi ritrovo ad essere testimone passivo di un momento storico, senza poterne fare realmente parte. Peggio ancora, senza poter fare nulla. 

Sono venuto qui tre mesi fa per lavorare in un progetto di sviluppo per minori vulnerabili. Gli uffici di campo della ong con cui collaboro, da più di una settimana, sono chiusi o comunque marciano a regime ridotto. I quartieri in cui operiamo sono banlieux popolari, molto povere, in cui, negli ultimi giorni,  quotidianamente ci sono scontri tra manifestanti di fazioni opposte, o tra giovani attivisti e polizia. Le famiglie non mandano certo in giro i bambini, le scuole sono chiuse, il paese bloccato. Lo sviluppo non puo’ prodursi in queste condizioni. I nostri operatori locali cercano quantomeno di restare vicino alle famiglie beneficiarie del progetto, telefonandogli, facendogli sentire che non sono stati abbandonati. La paura é tanta, la gente ha ancora negli occhi la guerra, l’orrore, si chiede solo quando finirà.

Io tra poco ripartiro’, se le frontiere, al momento chiuse per ordini militari, verranno riaperte. Lascero’ un paese che non ho avuto nemmeno il tempo di scoprire. Non mi sarebbe dispiaciuto rimanere ancora un po’, ma ho le mie ragioni per partire, non direttamente legate alla situazione di crisi. Penso a chi resterà, a chi non puo’ scegliere, e puo’ solo aspettare. E continuo a sentirmi maledettamente inutile.

sabato 6 novembre 2010

La perdita dell'innocenza


Stamattina a Milano c’erano i funerali di Gabriele. Io non c’ero.

Ci sono persone che passano come lampi nelle nostre vite. Ci entrano in determinati periodi, ed a quelli restano legate, indissolubilmente, quale che sia il loro ruolo in seguito. Non saranno mai i tuoi migliori amici, li perderai di vista, ma non li dimenticherai mai. Persone che escono dall’ordinario, dotate di una personalità talmente forte da non passare inosservate neanche per cinque minuti.

Gabriele per me era una di quelle persone. Non posso dire fossimo amici in senso stretto, non lo vedevo dal 2005, avevamo perso i contatti da tempo. Ma non riesco a immaginarmi Parigi e il mio Erasmus senza di lui. Semplicemente, una delle persone più intelligenti e allo stesso tempo divertenti che io abbia mai conosciuto. Una bomba. Scoppiata improvvisamente, troppo presto. Imprevedibile lo era sempre stato, ma stavolta, ci ha fregato sul serio.

Sono giorni che valgono anni, diceva qualcuno a proposito del ’68. Io, banalmente, il mio ’68 culturale l’ho vissuto a Nanterre, proprio lí, dove il maggio francese era iniziato, 35 anni prima. Gabriele ne ha fatto parte. E non era certo  un comprimario.

Ogni uomo dovrebbe avere diritto a vivere dei giorni nei quali si possa illudere di essere immortale. Avere le vene talmente piene di vita da pensare che la morte non possa nemmeno sfiorarti, come giovani déi sfrontati e arroganti appena di passaggio sulla terra. Vivere al doppio della velocità, commiserando i comuni mortali e la loro mediocre lentezza. Non avere paura di nulla e di nessuno, essere sicuri del fatto che é lí ed in quel momento che si vuole stare, e da nessun’altra parte. Essere certi che il futuro sia oggi, a portata di mano.

Io lo so. Noi, in quei giorni, ci sentivamo immortali.

Sono passati sette anni. Ci siamo laureati, sparsi ai quattro angoli del mondo, abbiamo viaggiato, lavorato, ci siamo amati e persi, c’é chi si é sposato e ha fatto figli, abbiamo vissuto volti e luoghi con passione e tenacia. Credo che sia io che molti altri compagni di quella meravigliosa avventura ci siamo svegliati all’improvviso, qualche giorno fa, con un gran mal di testa e una stretta nel cuore. Di fronte ad una cornice scheggiata, con la consapevolezza definitiva di non essere più intoccabili. Sarebbe dovuto succedere prima o poi, forse non ci aspettavamo che potesse accadere in questo modo, cosí presto. Ci siamo ritrovati di nuovo nel foyer di una residenza universitaria scassata. Eravamo in tanti, ma tutti, terribilmente, un po’ più soli.

Stamattina a Milano c’erano i funerali di Gabriele.

mercoledì 3 novembre 2010

Sono le 17,30 e tutto va bene


Sono le 17,30 ad Abdijan, e il sole si sta spegnendo lentamente su una delle giornate più importanti nella storia della Costa d'Avorio. Oggi la commissione elettorale indipendente dichiarerà i risultati delle elezioni, che, una volta approvati dall'ONU, saranno definitivi.

Ho deciso di uscire di casa e di farmi un giro, per non lasciarmi sopraffare dal mal di testa e dalla spirale di psicosi che tiene gli ivoriani e gli espatriati col fiato sospeso. Un fiato sospeso che lentamente, con prudenza, sembra trasformarsi in un sospiro di sollievo. La vita non é ripresa del tutto normalmente, certo, molti uffici e negozi sono chiusi, c’é ancora paura, ma la gente passeggia per strada, chiacchiera, beve una birra. Un quadro per fortuna ben lontano dai timori e dalle ansie che tutti qui si sono scambiati in questi ultimi giorni.

Scriveva Ryszard Kapuscinski, uno che di guerre e di Africa ci capiva parecchio:
Da un lato l’esperienza mi insegnava che da lontano le situazioni di crisi apparivano di solito più brutte e minacciose di quanto non fossero in realtà. Le nostra immaginazione capta, assorbe avidamente ogni briciola di emozione, il più debole indizio di minaccia o il più lieve odore di polvere e subito li ingigantisce, portandoli a dimensioni stratosferiche.

Se questo era vero negli anni ’60, lo é ancora di più ora, dato che oggi la comunicazione é infinitamente più rapida e potente, e i suoi mezzi possono facilmente essere manipolati e contribuire a far montare la tensione in un baleno su larga scala. Bisogna farsi coraggio, allora, e tentare di sconfiggere la paura, restando prudenti e coscienti del fatto che
le esplosioni sociali, paragonabili a un’acqua cheta e stagnante che inizi ad agitarsi e a ribollire, sono sempre momenti di caos, di disordine e di subbuglio incontrollabili, in cui é facile morire per colpa della confusione, per uno sbaglio, per non aver capito qualcosa o per non essersene accorti in tempo. In giorni come questi il caso riveste un ruolo fondamentale, diventa il padrone e il sovrano della storia.

Troppo presto allora per dire quale piega prenderà la storia qui in Costa d’Avorio nelle prossime settimane. Posso dirvi quello che so, e che non leggerete mai sui giornali italiani, un po’ perché ci sono state votazioni più importanti in questi giorni (Usa, Brasile), e un po’ perché le elezioni in uno stato africano non fanno notizia, a meno che non ci scappino molti morti, meglio se a colpi di machete, che dà sempre quel tocco di colore in più e ci ricorda la differenza tra popoli civilizzati e selvaggi.

Io ho visto un popolo entusiasta di andare a votare dopo che per 5 anni questo diritto gli era stato negato. In una nazione spaccata e ancora ferita, la gente ha aspettato ore in fila, sotto il sole, tranquillamente e senza incidenti, per esercitare un proprio diritto fondamentale. Il tasso di partecipazione é stato dell’80%, un risultato enorme, soprattutto pensando che nel 2000 voto’ solo il 35% degli aventi diritto.Gli ivoriani hanno voglia di pace, e lo hanno gridato al mondo.

Certo, non tutto é perfetto. Si tratta comunque di una base elettorale di neanche sei milioni di votanti su una popolazione di pîù di venti. Pare che a 14 osservatori europei sia stato precluso l’accesso ad alcuni uffici della commissione elettorale. Ma le cose sono andate liscie nel complesso, molto più del previsto. I dati non sono ancora definitivi, ma si profila una sfida al secondo turno tra Gbagbo, il presidente uscente, e Ouattara, l’ex primo ministro. Sarebbe il risultato migliore in termini di pace sociale, quello che secondo un po’ tutti gli osservatori presenta il minor rischio di degenerazioni violente. Sarà una campagna lunga, fino al 26 novembre.

Fermo a un semaforo, osservavo la luce tenue riflettersi sui palazzi, e mi sorprendevo a pensare quanto sia normale, per me , mettere una croce su una scheda elettorale, o decidere di non metterla.

sabato 30 ottobre 2010

Election day

La Costa d'Avorio non si reca alle urne dal 2000. Le ultime elezioni presidenziali si sarebbero dovute tenere nel 2005, ma fu l’allora segretario dell’ONU Kofi Annan a sancirne l’impossibilità, a causa della mancanza di cooperazione da parte dei principali leader politici del paese. Dietro ai continui rinvii, dovuti a diverse ragioni, tra le quali la composizione delle liste elettorali e il disarmo dei ribelli insediati nel nord del paese, si cela la lotta per il potere tra il presidente attuale, Laurent Gbagbo, in carica dal 2000, e i suoi principali avversari politici, nonché leader dei più importanti partiti d’opposizione. Finalmente, dopo anni di contrasti e di pressione da parte della comunità internazionale, che ha generosamente finanziato la messa in atto del processo elettorale, fino al punto di perdere la pazienza, domani, 31 ottobre si vota per eleggere il nuovo presidente.

Negli ultimi 10 anni la Costa d’Avorio ha attraversato il periodo più buio della sua storia recente. Il paese é sprofondato in una profonda crisi politica ed economica, ha vissuto una guerra civile che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue, e resta profondamente diviso e non del tutto pacificato, La gente ormai é stanca, ha voglia di pace e di stabilità. In giro l’emozione é palpabile, i caroselli elettorali, colorati e rumorosi, invadono le città da nord a sud. Gli ivoriani sono entusiasti di potersi finalmente recare di nuovo alle urne, e sperano di voltare pagina, chiunque sia il vincitore.
Ma il significato e l’importanza di queste elezioni travalicano i confini ivoriani. Si tratta infatti di un banco di prova per la democrazia nel continente africano. Se tutto si svolgerà in maniera regolare e pacifica, sarà la dimostrazione che i paesi africani sono ormai capaci di uscire da crisi profonde e pluriennali senza la necessità di ricorrere a guerre o colpi di stato, nel rispetto delle regole democratiche. Sancendo anche, ovviamente, una grande vittoria per le Nazioni Unite, che da tempo hanno bisogno di recuperare credibilità in merito alla loro costosa efficacia.

Ufficialmente i candidati sono 14, ma nei fatti se la giocheranno in tre. L’uomo da battere é certamente Laurent Gbagbo candidato del Front Populaire Ivoirien (FPI). Presidente in carica dal 2000, é salito al potere grazie ad elezioni dubbie (i principali avversari erano stati esclusi dalla Corte Suprema con motivazioni discutibili), e da allora non ha mai ceduto la poltrona. I suoi 10 anni di governo sono stati segnati dal crollo di tutti gli indicatori economici e sociali, dal proliferare della corruzione che strangola il paese come non mai, e da un ampio controllo dei media e degli apparati del potere. Populista, uomo di cultura, parla alla gente in modo semplice, ponendosi come uno di loro, e propone un programma essenziale basato su grandi riforme in materia di educazione, sanità, infrastrutture e impiego. A chi gli ricorda di aver avuto 10 anni di governo per poter mettere in atto questo programma, Gbagbo risponde dando la colpa della crisi alla guerra civile, e ai suoi avversari politici che l’hanno provocata, impedendogli di governare. « Ora che la pace é stata raggiunta » recita uno dei suoi slogan « arriverà lo sviluppo ». Sebbene non sia ben visto dalle diplomazie occidentali, puo’ vantare amicizie di rilievo con altri leader africani e con alcuni esponenti di spicco del socialismo francese, tra cui l’ex ministro della cultura Jack Lang, la cui presenza é annunciata a Abidjan in questi giorni.

Henri-Konan Bedié é il suo principale avversario, colui che probabilmente sfiderà Gbagbo al secondo turno, previsto per il 26 novembre. Presidente dal 1993 al 1999, rovesciato con un colpo di stato militare e fuggito poi in esilio in Francia, é il leader del Parti Democratique de la Cote d’Ivoire (PDCI) e l’erede designato di Felix Houphouet Boigny, il vecchio dittatore buon amico dei francesi, che ha governato il paese dal 1960 al 1993. Bedié é un uomo di stato navigato, ed il suo slogan elettorale recita « La nostra esperienza al servizio dell’avvenire ». Il suo programma si basa sul rilancio dell’economia in chiave liberale, su una politica sociale forte e una cultura nazionale aperta e dinamica. Il suo punto debole? Certamente l’età, 76 anni, e la sua assenza da incarichi istituzionali negli ultimi 11 anni, fattori che lo rendono praticamente sconosciuto ai giovani dai 18 ai 25, ossia la maggioranza dell’elettorato

Il terzo incomodo é l’economista Alassane Dramane Ouattara, capo del Rassemblement des republicains (RDR). Amato dalle elites economiche e finaziarie, anche in virtù di un suo passaggio al Fondo Monetario Internazionale, ha basato la sua campagna elettorale su grandi numeri e promesse ambiziose: 1 milione di posti di lavoro, nuovi ospedali e università, 500.000 progetti di sviluppo in 5 anni. E i soldi? Ouattara, ADO per i suoi sostenitori, punta tutto sulle sue amicizie importanti e sulla sua credibilità per ottenere ingenti prestiti dalla comunità internazionale. E’ proprio questo il suo limite: buona parte dell’elettorato lo percepisce come un uomo freddo e distante dai problemi della gente comune, e Gbagbo ha gioco facile nel definire sia lui che Bedié i candidati degli stranieri, gli amici di quelli che vogliono ricolonizzare la Costa d’Avorio. Inoltre, anche lui é poco conosciuto dagli elettori giovani.

La presenza internazionale é particolarmente forte. Dal 2004 in Costa d’Avorio é presente una missione delle Nazioni Unite (ONUCI), incaricata di far rispettare gli accordi di pace di Linas-Marcoussis siglati nel gennaio 2003. Il contingente ONU, stanziato soprattutto nel nord del paese dove si occupa principalmente di interposizione tra le fazioni in lotta e disarmo dei ribelli, é stato rinforzato di 500 unità in occasione delle elezioni. Il ruolo dell’ONU é cruciale, dal momento che sarà proprio l’ONUCI a dare l’approvazione definitiva dei risultati elettoriali. Inoltre, é presente una missione di osservatori dell’Unione Europea.

Ad Abidjan, capitale economica e principale città del paese (la capitale politica é Yamassoukro, ma nessuno sembra essersene accorto finora), tutto é molto tranquillo finora. Il clima é disteso e non si segnalano episodi di scontri o violenze, a parte qualche scaramuccia isolata. La maggior parte dei candidati ha chiuso qui in la sua campagna elettorale. La posta in gioco é alta : ad Abidjan risiede il 30% dell’elettorato, chi conquista la capitale vince. I tre principali candidati lo sanno bene, cosi come sanno che questa é la loro ultima chance di mantenere o conquistare il potere, prima dell’avvento di una nuova classe dirigente. Per questo, la lotta é senza esclusione di colpi. E per questo, sebbene finora sia andato tutto liscio, nessuno sa bene cosa succederà dopo la proclamazione dei risultati.

sabato 9 ottobre 2010

24 ottobre 2004

un cimitero
di automobili
questa è la mia città

stanotte

lunedì 4 ottobre 2010

Untitled




Le città viste dagli aerei sono tutte uguali. Neutre. Stanno lì ferme, immobili, le luci scintillanti nella notte, i flussi ininterrotti sulle arterie principali, formiche disciplinate che si disperdono all’orizzonte. Man mano che ti avvicini, i contorni diventano nitidi, puoi distinguere i palazzi, le aree verdi, sezioni i grattacieli e le baraccopoli. Ti chiedi quale sarà il tuo nuovo quartiere, nord, sud, cerchi punti di riferimento, il fiume, una torre. L’aereo si abbassa sempre di più, lasciandosi avvolgere nel loro abbraccio, e le città restano ancora lì, ferme, mentre diventano sempre più grandi, ti guardano insistenti, ma non possono toccarti, non possono farti nulla. Non ancora.

Quando stai per atterrare in una città che non conosci, il primo pensiero è quello di non voler scendere dall’aereo. Sai che ti aspettano nuove regole, che ti hanno descritto a malapena e in fretta. Sai che quello che ti hanno detto é parziale e tendenzialmente volto al positivo, e di certo non ti hanno raccontato tutto. Dovrai decifrare linguaggi sconosciuti e codici di sopravvivenza. Sarà faticoso. Imparare a contrattare coi tassisti, scoprire quanto costa realmente un chilo di mele, cercare di farti fregare il meno possibile. Che ti piaccia o no, sarai costretto a tuffarti nei vicoli e negli ingorghi, di macchine e parole, vedrai occhi nuovi e nuovi occhi ti scruteranno da capo a piedi, per curiosità, per interesse, o semplicemente perché sei uno straniero. Sarai un’altra volta tu, ancora una volta, l’intruso, l’altro. Tutto questo ti eccita almeno quanto ti spaventa. Allora vorresti continuare a restare in aria e girare intorno alla città, ancora un po’, chiedere un altro bicchiere d’acqua alla hostess e slacciarti quella maledetta cintura per poterti sporgere meglio. Vorresti, per un attimo, forse due, chiedere al pilota di tornare indietro. Abbracciare chi hai lasciato a casa, o dovunque diavolo sia, che diventerà per giorni, mesi, una frequenza, un messaggio di posta elettronica, un’immagine deformata da una webcam cinese. Ti chiedi per l’ennesima volta perché hai deciso di vivere così, ma lasci perdere subito, ti conosci abbastanza bene per sapere quanto ti annoierà la tua risposta.

Quanto tempo c’è per vedere il mondo? Quanto tempo c’è per amare?

Benvenuti. La temperatura esterna è di 28 gradi centigradi. Resti seduto. Ogni volta non smetti di sorprenderti di quanta gente scatti in piedi non appena l’aereo si ferma. Ma dove corrono? La temperatura esterna è di 28 gradi centigradi. Vi ringraziamo per aver viaggiato con noi. Bagaglio a mano. Corridoio. Arrivederci. Scale. Navetta. Ma dove corrono? Ti riempi i polmoni di un’aria nuova. Annusi il vento, vorresti capire tutto e subito, assorbire l’asfalto come una spugna. Tasti il terreno, ogni passo è un salto. Sei leggero, sei pesante, ma il tuo corpo è sempre uno solo. Benvenuti.

Gli aeroporti sono meravigliose scatole di vetro, cemento e acciaio. Li adoro quando parto, li detesto quando arrivo, tranne quando torno a casa. All’arrivo perdono la loro magia, diventano piccoli, squallidi contenitori di gente ingrigita dal neon che non vede l’ora di andarsene da lì. Ma un aeroporto alla partenza è un mondo in movimento, un enorme tavolo da biliardo, con migliaia di palle colorate e impazzite che rotolano verso la loro buca, continuamente rimpiazzate da altre palle. L’attesa rende tutti complici, le regole sono uguali per tutti. I volti eccitati di chi vola per la prima volta, le facce felici di chi va in vacanza, i businessmen annoiati che accumulano miglia. Li guardo, uno per uno, mi chiedo dove vanno. Il momento che amo di più è quello dell’imbarco, varcare quella soglia, fare pochi passi in una terra di nessuno, per salire all’aereo. Perché è in quel momento, e solo in quello, che capisci davvero cosa sta succedendo. Poche ore, e sarai dall’altra parte del mondo.

Quando ho una coincidenza, mi piace prendermi un po’ di tempo camminare su e giù per l’aeroporto di transito, fin dove posso arrivare. Mi affascina l’idea di trovarmi in una zona franca, uno spazio asettico e sospeso, senza luogo né tempo, dove per qualche ora convivono masse di sconosciuti assonnati dal fuso orario, fumatori rinchiusi in camere a gas, gente che dorme accovacciata dove capita.

Lo scorso Natale, quando l’Europa era sommersa dal gelo e gli aeroporti cadevano come mosche abbattute dalla neve, rimasi bloccato a Francoforte per otto ore, ascoltando le storie più assurde, di gente che stava lì da tre giorni e tre notti aspettando un volo che chissà quando sarebbe partito. Sembrava che il mondo si fosse dato appuntamento lì, in una strana festa a cui nessuno aveva molta voglia di partecipare. Pensavo a quanto noi uomini ci illudiamo di poter controllare il tempo, di dominare la natura, e poi basta un po’ di neve in più del solito e i nostri miseri schemi tecnologici, frutto di millenni di evoluzione, saltano via in un soffio. Io dovevo andare a Milano, ma quando mi resi conto che sarebbe stato impossibile, riuscii a farmi mettere in lista d’attesa su un volo per Roma. Gli ultimi a salire, alla fine di un imbarco interminabile e surreale, fummo io e Alessandro, un percussionista di Ancona, diretto a Roma per registrare un passaggio televisivo col suo gruppo. Uno dei voli più piacevoli della mia vita, a parlare di musica e di India, condividendo con un estraneo la gioia di avercela fatta. Io e Alessandro ci siamo salutati senza scambiarci nessun contatto. Un paio di mesi fa ci siamo incontrati per caso in un campeggio. Ci siamo fatti una chiacchierata e un mojito, ridendo ancora di quella serata. Coincidenze.

Benvenuti. Gli occhi ora sono stanchi, preoccupati di recuperare bagagli che non sempre arrivano. Nastro numero 2. Suina. Aviaria. Passaporto. Visto. Timbro. Hai superato tutti i controlli, ti stanno cacciando via, non ti faranno rientrare. Mimetiche. Poliziotti. Mitragliette. Ti tocchi le tasche per capire se hai tutto, non ti faranno rientrare. Meno di un minuto e sarai davvero solo. Arriva una folata calda, percepisci il confine dell’aria condizionata, la scatola ti sta sputando fuori. Fuori. FUORI. Mani che reggono cartelli, Mr. Smith – Hotel Radisson. Non ti riguarda. Taxi? Taxi? Where are you going, sir? Vecchio mio, se lo sapessi non sarei qua. Abbracci. Non ti riguarda. Il neon alle spalle, le luci di un parcheggio. Sei fuori. Benvenuti.

Quanto tempo c’è per vedere il mondo? Quanto tempo c’è, per amare?

giovedì 28 gennaio 2010

The city that never sleeps

“You know what? Mumbai is not India!”.

J. sgrana gli occhi, mentre lo esclama. E quasi non ci crede, quando gli dico che da 2 anni vivo a Calcutta. Ha 40 anni, portati alla grande. Alto e robusto, occhi profondi e capelli lunghi, J. è nato a Mumbai da genitori indiani, padre militare e mamma insegnante. Tuttavia, ha origini curiose, dato che suo nonno paterno era un soldato tedesco impiegato sul fronte birmano, finito ad Agra non si sa bene come dopo la guerra, e sua nonna un’infermiera cingalese, che su quel fronte si è innamorata di quel bel soldato bianco. J. lavora per un’importante agenzia di eventi di spettacolo. Lui e la sua unità, in pratica, devono assicurarsi che tutte le più importanti stelle di Bollywood partecipino a questi eventi, e fare in modo che tutto fili liscio. Ne sa parecchio lui, sulle capricciose divinità della più grande industria cinematografica mondiale, ma non vi svelerà mai e poi mai nulla su di loro che non sappiate già. E’ un professionista serio, J., e una persona estremamente intelligente. Sposato, divorziato, con una figlia piccola, J. convive da un anno e mezzo con il suo ragazzo, un francese della mia età, attore belloccio e di belle speranza che vive nella capitale del Maharastra da ormai 5 anni. Presto vi rappresenterà il suo primo monologo, metà in inglese, metà in hindi, in un elegante teatro costruito alla fine degli anni ’70 e immerso nel verde, a due passi dalla famosa Juhu Beach. Soggetto? Che domande…Mumbai!.

J. ha girato mezzo mondo, e adora viaggiare. Ma se gli chiedi in quale città vuole vivere, non ha un attimo di esitazione nel risponderti: quella in cui vivo ora. L’unica possibile alternativa, per un vero mumbaikar come lui, potrebbe forse essere New York, che ama molto, ma che, inevitabilmente, finisce per definire “a cleaner Mumbai”.

Una storia come quella di J. difficilmente la puoi trovare in un’altra metropoli indiana. O meglio, difficilmente ne puoi trovare così tante. Mumbai è quanto di più lontano ci possa essere da un certo noioso immaginario occidentale dell’India remota, pacifica e spirituale, e va ben oltre l’idea di ricchezza e progresso che possiamo leggere dai numeri sulla crescita del pil della nuova India. Sfacciatamente più ricca e cosmopolita di Calcutta, ben più glamourous e divertente di Delhi, meno bacchettona e provinciale di Bangalore, Mumbai, o Bombay, o come la vuoi chiamare, è la sintesi perfetta dell'ultima generazione di contraddizioni del subcontinente. La metropoli più amata, odiata e invidiata dal resto del paese, un’accozzaglia di isole di sabbia dove si ammassano 15 milioni di anime (dichiarate, ma sono certamente molte di più), che per tutti rappresenta un sogno, e per molti si tramuta in un incubo. Qui puoi incontrare immigrati da tutti gli stati dell’India, e le loro incredibili storie di miseria e nobiltà, insieme ad una folta comunità di stranieri, tra cui non pochi, per scelta ben consapevole, ci si stabiliscono. Per un certo tipo di occidentali che amano l’India ma non vogliono rinunciare a un certo standard di vita culturale e sociale, infatti, Mumbai rappresenta il perfetto (e caro) compromesso. Anche se a volte molto stressante, se non insopportabile.

Bombay town ha un’architettura spettacolare e sorprendente, e mi chiedo quanto potesse essere bella, prima che la speculazione selvaggia cominciasse a devastarne il patrimonio urbanistico. Maestosi palazzi neo gotici, squadrati edifici art déco, casette colorate in stile portoghese, eleganti ville alla francese. Puoi girare l’angolo ed avere la sensazione di trovarti a Bruxelles, Parigi, o addirittura in Sud America o in qualche città dell’Italia meridionale, se non avessi accanto un tempietto con l’immagine di Shiva o uno slum giusto dietro l’angolo. E se è vero, come si dice, che l’India è l’unico paese al mondo ad ospitare tutte le maggiori religioni, a Bombay ne hai la prova vivente. Le chiese cristiane, i templi hinduisti e jainisti, le moschee, i gurudwara dei sikh,i luoghi di culto dei parsi zoroastriani, le sinagoghe. Scegli il tuo dio, qua lo incontrerai di sicuro, se non è andato a bersi una birra a Bandra, insieme a qualche collega.

Mumbai dunque. Finalmente ne ho avuto un assaggio, dello scenario dell’epopea romantica indo-occidentale di Slumdog Millionaire e Shanta Ram. La città dove in egual misura convivono lussuria capitalista e puritanesimo religioso-nazionalista. Il triste palco dei pogrom anti musulmani nel '92 e delle bombe del “venerdì nero” del ‘93, questa megalopoli ha da tempo una storia contorta e controversa. Ma molti, nel mondo, si sono improvvisamente ricordati della sua esistenza sgranando gli occhi davanti al televisore, di fronte all’istantanea del glorioso Taj Mahal, messo a ferro e fuoco negli attacchi del 26 novembre 2008. Allora, finalmente, anche il resto del pianeta si è accorto che il terrorismo islamico stava colpendo duramente, e a fondo, l’India. Eh sì, perchè questa volta, ahimè, c’erano di mezzo anche i fratelli bianchi.

In due giorni non si riesce a capire nulla di niente, figuriamoci se si tratta di una delle più grandi metropoli del mondo. Allora ci rinuncio. Per me, Mumbai resta un bacio rubato per strada alle tre del mattino del sessantesimo Republic Day indiano, con la speranza di rincontrarsi, un futuro incerto, e due dolcissimi occhi di fuoco in una notte ubriaca.

Ancora svegli, nella città che non dorme mai.

domenica 27 dicembre 2009

Casa

Pigra e indolente, la Roma natalizia mi ha accolto nel suo torpore, abbracciandomi mortalmente. E' da quando sono arrivato, 4 giorni fa, che non riesco letteralmente a fare nulla. I giorni di Natale sono trascorsi lenti e bagnati di pioggia, a passi misurati e pance stravolte da mangiate rituali, tra grandi sbadigli e sorrisi di circostanza. Il mio quartiere non cambia, non cambiano le strade, le piazzette con le comitive di coatti, le pizzerie. E' migliorato negli anni, quello sì, da zona semiperiferica ormai è diventato pieno centro, gli affitti sono schizzati alle stelle, hanno rifatto un po' di marciapiedi...Non è brutto il mio quartiere, no, però che strano camminarci, potrei farlo a occhi chiusi senza cadere mai.

Questa città è una madre che non sa rifiutarmi, è la tasca dei miei pantaloni in cui posso affondare le dita e scandagliare ogni millimetro. Per quanto riesca ancora a sorprendermi, so di conoscerla troppo bene, e forse è anche per questo che ho bisogno di andare via. Ma anche di tornare, perchè si torna sempre da una madre. Prima o poi ci ritornerò a vivere anche io qui, lo so, forse quando sarò stanco di vivere con una valigia che mi guarda, e che riesco sempre a riempire ma mai a svuotare. So che se volessi potrei farlo anche ora. Sono fortunato, ho una casa. Ma c'è tempo. Il mondo è troppo grande, e io non conosco ancora nulla.

sabato 19 dicembre 2009

Sabato mattina

Ho 30 anni. Vivo in India da quasi due. Non ho una moglie, nè una ragazza. Nel giro di qualche mese, a quanto pare, non avrò neanche più un lavoro.

La brutta notizia è che non so bene cosa cazzo fare della mia vita. La bella notizia è che sono libero di fare tutto ciò che voglio, della mia vita.

Ed è terribilmente inebriante.

martedì 8 dicembre 2009

Lo specchio

Mi conosco abbastanza bene per sapere che, quando ho troppa voglia di scrivere, è perchè qualcosa non va. Raramente in vita mia sono in grado di scrivere qualcosa di allegro, e quasi mai sono stato capace di scrivere qualcosa di decente, quando mi sentivo felice. La felicità l'ho sempre vissuta senza saperla descrivere appieno, cercando solo di assaporarla fin dove possibile con i sensi, mentre il dolore o il disagio li ho sempre sviscerati meglio con le parole scritte. Quasi a volerli fissare, per non dimenticarmene, o semplicemente per farli scomparire, trasferendoli dalla mia anima su un foglio o uno schermo. Ma la scrittura, per me, è una catarsi incompiuta.

Quando scrivo, mi rendo conto di quanto sia forte il mio narcisismo. Da piccolo credevo di essere bravo a scrivere, con quella meravigliosa presunzione che contraddistingue gli adolescenti che vogliono spaccare il mondo. Credevo fosse l'unica cosa che sapevo fare. Ci misi poco a capire che non sapevo fare neanche quello. Negli anni, leggendo, confrontandomi, conoscendo gente che sa scrivere davvero, mi sono reso conto della mia mediocrità. Il mio stile, se di stile si può parlare, si è fatto sempre più asciutto, le frasi sempre più brevi e nervose. Ma tuttora, pur cercando di eliminare il superfluo, di asciugarmi, mi accorgo del mio ego che rimbomba, tronfio e posticcio, pervadendo le mie parole. E i miei demoni non vengono cacciati fuori dalle mie frasi. Ci si nascondono dentro, fingendo di scomparire per un po', e ritornano infine a cavalcarle. Ciò che scrivo, allora, diventa brutto, ai miei occhi, perchè mai totalmente libero. Ma a conti fatti, la verità è che non so scrivere di nient'altro che di me stesso.

La bellezza, baby. Quella bisogna cercare. Ovunque sia, a qualunque costo.

Abbiamo solo bisogno di amore e bellezza, e davvero poco altro.

venerdì 4 dicembre 2009

La riscoperta del freddo

"Ma perchè quando ci sentiamo parliamo sempre di lavoro io e te?"
Esitazione. Solo un attimo.
Staccò gli occhi, uno sguardo intorno. Non gli stava dicendo niente che non sapesse già.
"Perchè abbiamo troppa paura per parlare di altro". E sorrise, perchè sapeva di avere ragione.
"Sì, è così", rispose lei.

Il sole tramonta presto a Kathmandu. Passate le cinque era già buio, mentre lì dove viveva lei, a 6 ore di fuso orario di distanza, il sole era ancora alto nel cielo. E faceva freddo, in quel caffè anonimo, il cui unico pregio era quello di avere una connessione senza fili decente.
Da quanto, pensò, non provava quella sensazione. Avere freddo, sentire le dita tese e rigide sulla tastiera, il bisogno di scaldarsi le mani sotto le gambe. Pochi viaggiatori intorno, la tazza di caffè vuota, la voglia improvvisa di una sigaretta, lì dove è ancora permesso.

La conversazione diventò improvvisamente vera. Le parole non apparivano più semplicemente sullo schermo, si materializzavano. Arrivavano veloci, per poi adagiarsi lentamente su un tappeto di pixel. Come macchie impazzite di colore, lanciati con un pennello da un continente all'altro in tempo reale, dipingevano la pelle, chiare e solide si facevano largo, aprendo muri, distruggendo finte certezze. Ora sì, poteva vedere i suoi occhi pieni, i capelli sciolti sulle spalle. Lo sguardo dolce e severo che aveva lasciato andare via.

Il tempo non perdona, le scelte hanno un prezzo. E lei, alla fine, non ci mise molto a scriverlo. Lui non si stupì affatto nello scoprire che un nuovo amore stava crescendo nella sua vita. Ma il freddo improvvisamente cominciò a entrargli nelle vene, insinuandosi nello stomaco, fino a fargli tremare i piedi, le ossa. Ma sapeva, lo sapeva, insomma, serviva che glielo dicesse lei? Cosa c'era di strano? Dov'era la novità, lo stupore? Lo aveva capito molto bene dagli accenti della loro ultima conversazione, lo sentiva, era chiaro, talmente evidente. Ma non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo, perchè fino a quando non lo sai, puoi ancora cullarti nella stupida illusione che quella fotografia resti lì, appesa, per sempre, anche se ormai è sbiadita, fino quasi a decomporsi. Ci si convince che ciò che non vediamo, facendo finta di non sapere, non sia vero, o almeno, non del tutto.

Il pane diventò pane, illuminato da una luce glaciale. E il neon, mio dio, il neon non perdona. Rivela i volti per quello che sono. Elimina il trucco, la facciata, resta solo lo scheletro. E fu in quel momento, che lo schermo divenne uno specchio. D'improvviso, vide tutto per quello che era, come una radiografia: la sua stanchezza, gli occhi calati da un sonno che non riusciva più a recuperare, le delusioni che lo accompagnavano negli ultimi tempi, distante da tutto e da tutti, la sensazione che ci fosse molto di sbagliato. Il calore disperso. L'amore che, semplicemente, non era lì.

La conversazione continuò lieve, volgendo verso una fine annunciata. Ciò che si doveva dire era stato detto, era tempo di ritirare il ponte. Avrebbe voluto scriverle: "Dai, chiudiamo. Non ho voglia di mettermi a piangere qui dentro". Ma non lo scrisse, e non scoppiò a piangere. Soltanto un sorriso nervoso, forse rassegnato, gli colorò il volto. Una battuta stupida, per alleggerire il peso della sera. Gli occhi pieni di vita ritrovata, e subito persa.

Si lasciarono dolcemente, come sempre. Forse si sarebbero visti, nel giro di un paio di mesi, in un momento comune di passaggio a casa. Ma con quali occhi? Per dirsi cosa? Era stanchissimo, il corpo lento e pesante. Si abbandonò su quella sedia sporca, tra una giornata di lavoro non finita e mai davvero cominciata, e i camerieri annoiati che si affacciavano di tanto in tanto in cerca di mance. Il freddo, improvvisamente, era diventato il suo nuovo compagno di viaggio.

venerdì 28 agosto 2009

La mia attuale incapacità di creare è pari solo alla mia incontenibile voglia di farlo.

domenica 10 maggio 2009

High hopes

Well, accendo il computer in una domenica mattina calda e assolata (come sempre) e mi becco da facebook la foto di una mia ex ex ex (parliamo di roba di più di 10 anni fa) in abito da sposa. Niente di strano a pensarci, non è neanche la prima. Insomma è normale, la gente si sposa, mette su casa, fa figli, divorzia, si risposa. Penso che oggi sia io che lei abbiamo quello che volevamo, e che forse volevamo già da ragazzini, anche quando eravamo insieme e ci illudevamo che il nostro amore sarebbe stato eterno. Io ero fermamente contrario al matrimonio già da allora, per lei invece era un sogno che sapeva sarebbe divenuto realtà. Dieci anni più tardi, sorrido perchè entrambi abbiamo di che essere contenti, anche se le nostre vite sono diametralmente opposte.

Calcutta brucia. Un'ondata calda sta investendo il nordest dell'India da un bel po' di giorni ormai. Ieri si parlava di 42 gradi, forse anche di più. E' un caldo umido, che intorpidisce, rende difficile fare qualsiasi cosa, ti fa dormire poco e male. Mercoledì 13 si vota nell'ultima tornata elettorale per le elezioni del parlamento federale indiano, il 16 pare dovrebbero uscire i risultati, mai così incerti. Nè il Partito del Congresso (centro) nè il BJP (destra nazionalista hindu), i due maggiori partiti, raggiungeranno il quorum per governare, e chiunque vincerà dovrà mettere in piedi un fragile governo di coalizione, includendo partiti statali che potranno avanzare grosse richieste per consentire al vincitore di governare.

Quelli a venire potrebbero essere giorni ancora più caldi. La tensione per le elezioni in alcune zone del West Bengal è molto alta, ogni giorno si legge di scontri tra i sostenitori del CPI(M), partito comunista marxista al potere da 30 anni, e del Trinamool Congress, principale partito di opposizione, quest'anno alleato col Congress Party di Sonia Gandhi per cercare di sconfiggere i comunisti. Ogni giorno si legge di morti ammazzati nel bengal rurale, dove la battaglia è viscerale e senza regole. A contribuire a questa incertezza si aggiungono le azioni dei Naxaliti, guerriglieri maoisti che qualche mese fa per poco non riuscivano a far saltare in aria il primo ministro comunista. Molti bengalesi mi hanno consigliato di non uscire di casa in quei giorni, perchè gli scontri potrebbero estendersi anche a Calcutta città.

In compenso, giovedì sono risalito su un palco per il primo concerto completo da più di due anni a questa parte. E' stato incredibile, adrenalina pura, due ore di rock, funky e blues, mi son divertito come un pazzo. E' qualcosa che compensa in una serata la stanchezza di questi ultimi giorni. Sono una persona fortunata, e cerco di non dimenticarmelo mai.

venerdì 20 marzo 2009

Generazione di fenomeni

La mia è una generazione di paraculi.

Ne parlavo per l'ennesima volta con 2 amici italiani qui a Calcutta, in una tarda mattinata di una domenica di sole, hangover e caffè a manetta. Vi faccio un identikit: parlo di tutta quella schiera di ggiovani e meno ggiovani tra i 23 e i 30, europei o comunque caucasici, medio borghesi o presunti tali, modello young professionals. Buon curriculum, faccia da bravi ragazzi, esperienze di tutti i tipi, dall'arrampicata libera al campo di lavoro in Burundi, passando per un qualche stage figo in istituzioni fighe dove hanno preparato caffè e accumulato fotocopie per tre mesi senza ovviamente beccare un centesimo. Dopo una vita universitaria piuttosto movimentata e cazzeggiona, con la ormai quasi immancabile esperienza erasmus, esami preparati in 2 giorni e tesi di laurea da denuncia per plagio, il paraculo in questione inizia la trafila stageaggratisstagepagatomezzolavorolavoroquasivero, insomma, dovrebbe iniziare a guadagnarsi il pane al di là dei lavoretti da studente. Il che vuol dire che, tendenzialmente, la quantità di cazzeggio marginale dovrebbe decrescere sempre di più in funzione di un accrescimento della produttività e della serietà lavorativa e non.

E invece no.

La mia eccezionale generazione di fenomeni, forse per non avere la spiacevole sensazione di rammollirsi, vuole semplicemente riuscire a fare tutto, a farlo bene e possibilmente in fretta, che sennò fai tardi all'appuntamento. Sveglia presto con alle spalle sì e no 5 ore di sonno, che la sera prima si era deciso di fare un aperitivo tranquillo stranamente prolungatosi fino alle 3 (e notare che era giovedì sera). Magari un po' di sport per i più coraggiosi (quello sì, sempre più raro quando ti avvicini paurosamente ai 30), corroborato da una moka di caffè gigante deglutita ad occhi semiaperti e con l'entusiasmo di un italiano che guarda una partita di cricket. Poi si va al lavoro (a volte figo a volte bo, ma questa è un'altra storia), pretendendo di essere in formissima e lucidi nonostante gli innumerevoli cocktails e le sostanze più o meno stupefacenti trangugiate la sera prima ripetendosi che sarebbe stato l'ultimo giro. La giornata qualche modo passa, tra (poca) produttività e (molti) diversivi, quali email, feisbuk (nemico n°1), chat e blog (seguono a ruota) e quant'altro, e pur sapendo di non aver fatto appieno il suo dovere, il paraculo riesce in qualche modo a fregare i suoi superiori e a sfangarla brillantemente, a meno che non faccia l'imperdonabile errore di addormentarsi sulla scrivania, come era uso fare nei tempi felici dell'università quando soleva occupare l'ultima fila in un'aula stracolma di 300 capocce pensanti e rotanti (vedi foto).
Alla sera beh, uscito dal lavoro che fai, te ne vai a casa? Ma che palle! Inizia un rapido giro di telefonate a compari fidati che non mettono in questione il fatto di "andarsi a bere qualcosa" ma semplicemente luogo e ora. Sì però stasera non facciamo tardi. Alle 3 realizzi che sì, sono proprio le 3, e non è il tuo cellulare che è impazzito, ma tu che ci sei ricascato un'altra volta. Il giorno dopo, sempre con le improbabili 5 ore di sonno, ricominci la tua giornata pregando che finisca presto. Poi ti rendi conto che è venerdì...che fai, non esci? Il weekend dunque si preannuncia lungo e tortuoso, e il tuo fegato probabilmente entrerà in sciopero per la giornata di domenica, salvo tornare in forma smagliante a partire dal martedì sera. And so on. Quando poi il giovane paraculo vive da espatriato, potete anche moltiplicare quanto sopra riportato, perchè c'è l'indennità di trasferta e il trauma dell'erasmus mai veramente superato.

La domanda dunque è: per quanto tempo il paraculo generazionale riuscirà a reggere 'sti ritmi? Inizialmente mi ero dato la risposta: tutto finisce quando raggiungi i 30. Non mi pare, visti i trentenni che conosco (me ventinovenne incluso). Allora, forse tutto finisce o almeno si rallenta quando si fidanza ufficialmente e/o si sposa. Ma dopo aver visto i ritmi di 2 o 3 coppie sposate che conosco, mi sono ricreduto, si può vivere da paraculi tuttofacenti anche da sposati. Forse, il bebè è l'unica cosa che può fermare questo delirio di onnipotenza generazionale.

O la cirrosi epatica.

mercoledì 11 marzo 2009

Colours

Ci sono poi quelle giornate che bah, forse sei solamente stanco. O forse semplicemente hai bevuto troppo il giorno prima, per sfogare un calo di tensione dopo un paio di telefonate impegnative.

Allora ti alzi un po' più tardi, che oggi in India è Holi, la festa dei colori. In Italia è solo mercoledì 11 marzo, e probabilmente al tuo capo non gliene frega molto della festa dei colori. Il sole scalda la tua camera come ogni giorno, le tende rosse non riescono a contenerlo. Le urla dei bambini che si rincorrono, un caffè, subito. Kolkata sempre più calda, i ricordi di un anno fa, arrivato all'aeroporto con una valigia di meno, rimasta a godersi la pioggia di Londra. Shanti Niketan, un Holi come si deve (era fine marzo, già, fine marzo...) con un gruppo di sconosciuti di cui qualcuno ora è un buon amico.

Devi lavorare, hai un mare di scadenze, ma non ti va proprio. Un anno di India? Ma quanto ne sai davvero di questo universo? Più lo scopri, meno ti sembra di conoscerlo. Un ragazzo lancia sacchi pieni di colore dal suo terrazzo. E' l'una e un quarto passata, non hai fatto nulla di quello che dovevi fare. La città mi acceca, le voci mi cullano... Calma, forse sei solamente stanco. Happy Holi, man.

lunedì 19 gennaio 2009

...e l'attesa finì.

lunedì 12 gennaio 2009

L'attesa


Da una ventina di giorni sono in attesa di risposta alla mia domanda di visto per tornare in India. Non mi dilungherò sulle ragioni di questa attesa, e tranquillizzo quanti vogliono andare in India per turismo: il visto turistico è molto semplice da ottenere, basta pagare e il giorno dopo ce l'hai, quindi niente panico.
Quello su cui riflettevo è piuttosto la condizione in cui si trova un migrante nel momento in cui chiede un permesso di soggiorno per poter lavorare regolarmente in Italia o in altri paesi occidentali. Anche io sono un migrante in questo senso: ho chiesto un visto per poter lavorare in un paese straniero e l'ambasciata sta facendo degli accertamenti. Nel frattempo, io continuo a lavorare da Roma col mio computer, ho un tetto che mi accoglie, uno stipendio...insomma, per me aspettare un po' non è sicuramente seccante, ma non certo una questione di vita o di morte. Però mi rendo conto che, almeno in parte, il corso della mia vita è un po' ostaggio della burocrazia di un paese straniero, di ufficiali che scrutano il mio passaporto e si chiedono perchè voglio andare nel loro paese e a fare cosa, quando io voglio semplicemente andare a lavorare. Vi assicuro che non è una situazione piacevole, sentirsi dire ogni volta: "Richiami domani". E vivere, nel mio piccolo, con un minimo di incertezza sulla data della mia partenza.

E cosa vorrà dire allora, per un migrante, uno che come me, ripeto, chiede semplicemente il permesso di lavorare in un altro paese, cosa vorrà dire girare di questura in questura, affrontare la folle burocrazia italiana, sentirsi chiamare clandestino anzichè, come sarebbe corretto, persona non provvista di documenti? Essere umiliato, visto a priori come una minaccia, un pericolo, a prescindere dal suo reale comportamento? Cosa deve provare una badante che lavora da 10 anni in Italia e a cui non rinnovano il permesso di soggiorno perchè magari quell'anno non rientra in una quota? Sentire che la legalità ti respinge, che quello stesso stato che ti chiede di integrarti e di comportarti bene ti dice anche di farti da parte quando non servi più, nonostante tu abbia lavorato e ti sia fatto il mazzo per anni.

Forse noi non possiamo renderci conto davvero di cosa vuol dire. Io sto provando sulla mia pelle solo un millesimo di quello che prova una persona che rischia ogni giorno di essere espulsa, di ritornare in un paese dove probabilmente non ha futuro, di essere costretta, per sopravvivere, a prendere la strada sbagliata. Non è un giudizio di merito, sono solo riflessioni sulla condizione di gente per la quale, a differenza dei migranti ricchi come me, un timbro su un passaporto è davvero una questione di vita o di morte.