venerdì 28 agosto 2009

La mia attuale incapacità di creare è pari solo alla mia incontenibile voglia di farlo.

domenica 10 maggio 2009

High hopes

Well, accendo il computer in una domenica mattina calda e assolata (come sempre) e mi becco da facebook la foto di una mia ex ex ex (parliamo di roba di più di 10 anni fa) in abito da sposa. Niente di strano a pensarci, non è neanche la prima. Insomma è normale, la gente si sposa, mette su casa, fa figli, divorzia, si risposa. Penso che oggi sia io che lei abbiamo quello che volevamo, e che forse volevamo già da ragazzini, anche quando eravamo insieme e ci illudevamo che il nostro amore sarebbe stato eterno. Io ero fermamente contrario al matrimonio già da allora, per lei invece era un sogno che sapeva sarebbe divenuto realtà. Dieci anni più tardi, sorrido perchè entrambi abbiamo di che essere contenti, anche se le nostre vite sono diametralmente opposte.

Calcutta brucia. Un'ondata calda sta investendo il nordest dell'India da un bel po' di giorni ormai. Ieri si parlava di 42 gradi, forse anche di più. E' un caldo umido, che intorpidisce, rende difficile fare qualsiasi cosa, ti fa dormire poco e male. Mercoledì 13 si vota nell'ultima tornata elettorale per le elezioni del parlamento federale indiano, il 16 pare dovrebbero uscire i risultati, mai così incerti. Nè il Partito del Congresso (centro) nè il BJP (destra nazionalista hindu), i due maggiori partiti, raggiungeranno il quorum per governare, e chiunque vincerà dovrà mettere in piedi un fragile governo di coalizione, includendo partiti statali che potranno avanzare grosse richieste per consentire al vincitore di governare.

Quelli a venire potrebbero essere giorni ancora più caldi. La tensione per le elezioni in alcune zone del West Bengal è molto alta, ogni giorno si legge di scontri tra i sostenitori del CPI(M), partito comunista marxista al potere da 30 anni, e del Trinamool Congress, principale partito di opposizione, quest'anno alleato col Congress Party di Sonia Gandhi per cercare di sconfiggere i comunisti. Ogni giorno si legge di morti ammazzati nel bengal rurale, dove la battaglia è viscerale e senza regole. A contribuire a questa incertezza si aggiungono le azioni dei Naxaliti, guerriglieri maoisti che qualche mese fa per poco non riuscivano a far saltare in aria il primo ministro comunista. Molti bengalesi mi hanno consigliato di non uscire di casa in quei giorni, perchè gli scontri potrebbero estendersi anche a Calcutta città.

In compenso, giovedì sono risalito su un palco per il primo concerto completo da più di due anni a questa parte. E' stato incredibile, adrenalina pura, due ore di rock, funky e blues, mi son divertito come un pazzo. E' qualcosa che compensa in una serata la stanchezza di questi ultimi giorni. Sono una persona fortunata, e cerco di non dimenticarmelo mai.

venerdì 20 marzo 2009

Generazione di fenomeni

La mia è una generazione di paraculi.

Ne parlavo per l'ennesima volta con 2 amici italiani qui a Calcutta, in una tarda mattinata di una domenica di sole, hangover e caffè a manetta. Vi faccio un identikit: parlo di tutta quella schiera di ggiovani e meno ggiovani tra i 23 e i 30, europei o comunque caucasici, medio borghesi o presunti tali, modello young professionals. Buon curriculum, faccia da bravi ragazzi, esperienze di tutti i tipi, dall'arrampicata libera al campo di lavoro in Burundi, passando per un qualche stage figo in istituzioni fighe dove hanno preparato caffè e accumulato fotocopie per tre mesi senza ovviamente beccare un centesimo. Dopo una vita universitaria piuttosto movimentata e cazzeggiona, con la ormai quasi immancabile esperienza erasmus, esami preparati in 2 giorni e tesi di laurea da denuncia per plagio, il paraculo in questione inizia la trafila stageaggratisstagepagatomezzolavorolavoroquasivero, insomma, dovrebbe iniziare a guadagnarsi il pane al di là dei lavoretti da studente. Il che vuol dire che, tendenzialmente, la quantità di cazzeggio marginale dovrebbe decrescere sempre di più in funzione di un accrescimento della produttività e della serietà lavorativa e non.

E invece no.

La mia eccezionale generazione di fenomeni, forse per non avere la spiacevole sensazione di rammollirsi, vuole semplicemente riuscire a fare tutto, a farlo bene e possibilmente in fretta, che sennò fai tardi all'appuntamento. Sveglia presto con alle spalle sì e no 5 ore di sonno, che la sera prima si era deciso di fare un aperitivo tranquillo stranamente prolungatosi fino alle 3 (e notare che era giovedì sera). Magari un po' di sport per i più coraggiosi (quello sì, sempre più raro quando ti avvicini paurosamente ai 30), corroborato da una moka di caffè gigante deglutita ad occhi semiaperti e con l'entusiasmo di un italiano che guarda una partita di cricket. Poi si va al lavoro (a volte figo a volte bo, ma questa è un'altra storia), pretendendo di essere in formissima e lucidi nonostante gli innumerevoli cocktails e le sostanze più o meno stupefacenti trangugiate la sera prima ripetendosi che sarebbe stato l'ultimo giro. La giornata qualche modo passa, tra (poca) produttività e (molti) diversivi, quali email, feisbuk (nemico n°1), chat e blog (seguono a ruota) e quant'altro, e pur sapendo di non aver fatto appieno il suo dovere, il paraculo riesce in qualche modo a fregare i suoi superiori e a sfangarla brillantemente, a meno che non faccia l'imperdonabile errore di addormentarsi sulla scrivania, come era uso fare nei tempi felici dell'università quando soleva occupare l'ultima fila in un'aula stracolma di 300 capocce pensanti e rotanti (vedi foto).
Alla sera beh, uscito dal lavoro che fai, te ne vai a casa? Ma che palle! Inizia un rapido giro di telefonate a compari fidati che non mettono in questione il fatto di "andarsi a bere qualcosa" ma semplicemente luogo e ora. Sì però stasera non facciamo tardi. Alle 3 realizzi che sì, sono proprio le 3, e non è il tuo cellulare che è impazzito, ma tu che ci sei ricascato un'altra volta. Il giorno dopo, sempre con le improbabili 5 ore di sonno, ricominci la tua giornata pregando che finisca presto. Poi ti rendi conto che è venerdì...che fai, non esci? Il weekend dunque si preannuncia lungo e tortuoso, e il tuo fegato probabilmente entrerà in sciopero per la giornata di domenica, salvo tornare in forma smagliante a partire dal martedì sera. And so on. Quando poi il giovane paraculo vive da espatriato, potete anche moltiplicare quanto sopra riportato, perchè c'è l'indennità di trasferta e il trauma dell'erasmus mai veramente superato.

La domanda dunque è: per quanto tempo il paraculo generazionale riuscirà a reggere 'sti ritmi? Inizialmente mi ero dato la risposta: tutto finisce quando raggiungi i 30. Non mi pare, visti i trentenni che conosco (me ventinovenne incluso). Allora, forse tutto finisce o almeno si rallenta quando si fidanza ufficialmente e/o si sposa. Ma dopo aver visto i ritmi di 2 o 3 coppie sposate che conosco, mi sono ricreduto, si può vivere da paraculi tuttofacenti anche da sposati. Forse, il bebè è l'unica cosa che può fermare questo delirio di onnipotenza generazionale.

O la cirrosi epatica.

mercoledì 11 marzo 2009

Colours

Ci sono poi quelle giornate che bah, forse sei solamente stanco. O forse semplicemente hai bevuto troppo il giorno prima, per sfogare un calo di tensione dopo un paio di telefonate impegnative.

Allora ti alzi un po' più tardi, che oggi in India è Holi, la festa dei colori. In Italia è solo mercoledì 11 marzo, e probabilmente al tuo capo non gliene frega molto della festa dei colori. Il sole scalda la tua camera come ogni giorno, le tende rosse non riescono a contenerlo. Le urla dei bambini che si rincorrono, un caffè, subito. Kolkata sempre più calda, i ricordi di un anno fa, arrivato all'aeroporto con una valigia di meno, rimasta a godersi la pioggia di Londra. Shanti Niketan, un Holi come si deve (era fine marzo, già, fine marzo...) con un gruppo di sconosciuti di cui qualcuno ora è un buon amico.

Devi lavorare, hai un mare di scadenze, ma non ti va proprio. Un anno di India? Ma quanto ne sai davvero di questo universo? Più lo scopri, meno ti sembra di conoscerlo. Un ragazzo lancia sacchi pieni di colore dal suo terrazzo. E' l'una e un quarto passata, non hai fatto nulla di quello che dovevi fare. La città mi acceca, le voci mi cullano... Calma, forse sei solamente stanco. Happy Holi, man.

lunedì 19 gennaio 2009

...e l'attesa finì.

lunedì 12 gennaio 2009

L'attesa


Da una ventina di giorni sono in attesa di risposta alla mia domanda di visto per tornare in India. Non mi dilungherò sulle ragioni di questa attesa, e tranquillizzo quanti vogliono andare in India per turismo: il visto turistico è molto semplice da ottenere, basta pagare e il giorno dopo ce l'hai, quindi niente panico.
Quello su cui riflettevo è piuttosto la condizione in cui si trova un migrante nel momento in cui chiede un permesso di soggiorno per poter lavorare regolarmente in Italia o in altri paesi occidentali. Anche io sono un migrante in questo senso: ho chiesto un visto per poter lavorare in un paese straniero e l'ambasciata sta facendo degli accertamenti. Nel frattempo, io continuo a lavorare da Roma col mio computer, ho un tetto che mi accoglie, uno stipendio...insomma, per me aspettare un po' non è sicuramente seccante, ma non certo una questione di vita o di morte. Però mi rendo conto che, almeno in parte, il corso della mia vita è un po' ostaggio della burocrazia di un paese straniero, di ufficiali che scrutano il mio passaporto e si chiedono perchè voglio andare nel loro paese e a fare cosa, quando io voglio semplicemente andare a lavorare. Vi assicuro che non è una situazione piacevole, sentirsi dire ogni volta: "Richiami domani". E vivere, nel mio piccolo, con un minimo di incertezza sulla data della mia partenza.

E cosa vorrà dire allora, per un migrante, uno che come me, ripeto, chiede semplicemente il permesso di lavorare in un altro paese, cosa vorrà dire girare di questura in questura, affrontare la folle burocrazia italiana, sentirsi chiamare clandestino anzichè, come sarebbe corretto, persona non provvista di documenti? Essere umiliato, visto a priori come una minaccia, un pericolo, a prescindere dal suo reale comportamento? Cosa deve provare una badante che lavora da 10 anni in Italia e a cui non rinnovano il permesso di soggiorno perchè magari quell'anno non rientra in una quota? Sentire che la legalità ti respinge, che quello stesso stato che ti chiede di integrarti e di comportarti bene ti dice anche di farti da parte quando non servi più, nonostante tu abbia lavorato e ti sia fatto il mazzo per anni.

Forse noi non possiamo renderci conto davvero di cosa vuol dire. Io sto provando sulla mia pelle solo un millesimo di quello che prova una persona che rischia ogni giorno di essere espulsa, di ritornare in un paese dove probabilmente non ha futuro, di essere costretta, per sopravvivere, a prendere la strada sbagliata. Non è un giudizio di merito, sono solo riflessioni sulla condizione di gente per la quale, a differenza dei migranti ricchi come me, un timbro su un passaporto è davvero una questione di vita o di morte.

domenica 4 gennaio 2009

Brigate rozze

Girovagando in questa domenica mattina oziosa nel supermercato del narcisismo e del fancazzismo virtuale, ovverosia Facebook, mi imbatto con non poca sorpresa nel gruppo "Brigate Rosse". Eh sì. Il delirio informatico e probabilmente l'assenza di cose migliori da fare ha portato qualcuno a creare un gruppo, che ha quasi 300 iscritti, nel quale, oltre a triti e ritriti dibattiti sugli anni di piombo combattuti a colpi di scritte e slogan sul wall, trovano spazio arguti e modernissimi inni alla lotta armata, alla rivoluzione, al prendiamo la p38 in mano e quant'altro. Il tutto, ovviamente, firmato e controfirmato, dato che Facebook, si sa, è per antitesi allergico alla privacy.
Di gruppi idioti, razzisti, fascisti e quant'altro, su FB ce ne sono a bizzeffe, come in tutta la rete. Quello che però mi preoccupa è il livello di stupidità di gente che si dichiara pronta a impugnare le armi e che magari poi nel profilo si scambia gli orsacchiotti virtuali. Ma sanno davvero di cosa parlano, e soprattutto, in quale sede? Spulciando tra gli illuminanti e illuminati messaggi, c'è addirittura chi propone una cena per parlare a quattr'occhi lontani da orecchie indiscrete (?!?), arrivando quindi a pensare di gettare le basi della rivoluzione armata durante una mangiata da "Peppe er fracicone", organizzata magari con uno scambio di messaggi sull'inbox (così è tutto segreto e la digos non si accorge di nulla, no?).

Qualcuno potrebbe dire che un gruppo così sia pericoloso, oppure offensivo. Ma l'offesa più grande è di sicuro quella che gli iscritti al gruppo fanno all'intelligenza di qualsiasi essere umano dotato di un minimo di cervello, oltre che a loro stessi, dato che non si tratta di un gruppo con velleità di ricostruzione storica, ma nel quale qualcuno ha addirittura creato un dibattito a parte nel quale si chiede chi degli iscritti è davvero disposto a impugnare le armi!!!

E se è vero che il peccato peggiore è la stupidità, sti 300 minchioni meritano un girone a parte.